Ciccozzi Giancarlo
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“La mia arte è puro caos controllato, forse come la realtà delle mie emozioni.” È così che Giancarlo Ciccozzi ci introduce alla sua visione artistica, con questa citazione che ormai condivide come fosse un biglietto da visita per invitarci nel mondo della sua immaginazione. L’artista può ormai vantare una lunga esperienza nel mondo dell’arte e, come pittore e scultore, ha avuto l’occasione di esporre le proprie creazioni in tutto il mondo. Tra le esposizioni più significative si ricordano le mostre tenutesi a Londra, Parigi, Miami, Barcellona, Praga, Madrid, Hong Kong e New York, oltre alla partecipazione alla Biennale di Venezia e a diverse esperienze in Albania. Gli esordi, che risalgono agli anni Novanta, affondano le proprie radici nell’informale e nell’astratto, guardando ai grandi maestri come De Kooning e Vedova, ma senza tralasciare riferimenti a Jackson Pollock, Robert Rauschenberg e Mark Rothko. Sin da allora la sua curiosità spinge Ciccozzi a non utilizzare prodotti già pronti: sotto la guida di Marcello Mariani, preferisce realizzare spatole inventate da lui stesso, mescolare personalmente i pigmenti e usare la colla di coniglio e altri metodi tradizionali, adattati al suo linguaggio contemporaneo. Un’importante cesura nella sua arte avviene nel 2001, anno in cui si confronta in maniera approfondita con le opere di Burri. Inizia così a sperimentare diverse tecniche, tra cui la combustione controllata, per intervenire su cromie e texture dei quadri: elementi di ispirazione burriana che vengono però declinati secondo nuove forme profondamente personali. Dal 2010 la sua arte si fa più viscerale: emerge un animo segnato dalle vicissitudini della vita. Reduce da un incidente e testimone del terremoto dell’Aquila, l’artista vive due esperienze che segneranno in modo profondo la sua vita e la sua poetica. Le opere attuali contrappongono fragilità e ferite a speranza e umanità. Mentre molte delle tele raccontano di lacerazioni e stratificazioni, sovrapponendo materiali diversi come carte antiche, tessuti e legno per rivelare, di volta in volta, nuovi aspetti della storia personale ma anche di quella collettiva, le sculture evocano un mondo più dolce: l’abbraccio che ricompone le ferite. Si torna così a una raffigurazione più morbida, dove le figure stilizzate si completano e si integrano. In una narrazione dove forse, dopo tempo, le ferite si rimarginano e le fragilità diventano punti di forza, ancorati e forti, parte dell’essere che rinasce.